Paul McCartney nella Rock and Roll Hall of Fame c’è entrato nel 1999 come artista solista, un passaggio quasi inevitabile per uno che ha scritto una parte enorme della storia della musica pop. Eppure, per come la racconta lui, quel riconoscimento arrivò con parecchio ritardo rispetto a quanto gli era stato promesso.
La vicenda emerge da una lunga intervista realizzata nel marzo del 2015 dal giornalista Joe Hagan mentre lavorava alla biografia di Jann Wenner, uno dei fondatori della Hall of Fame e figura centrale anche nella storia di Rolling Stone. Gran parte di quella conversazione rimase fuori dal libro pubblicato nel 2017, “Sticky Fingers: The Life and Times of Jann Wenner and Rolling Stone Magazine”. Solo adesso alcuni passaggi sono stati resi pubblici da Vanity Fair, e dentro ci sono parole piuttosto chiare di McCartney su quella fase.
Il punto da cui parte il malumore risale al 1994. I Beatles erano già stati introdotti nella Rock Hall nel 1988, quindi Paul frequentava da anni quell’ambiente e le sue cerimonie. Nel tempo ha anche avuto ruoli di primo piano: nel 2015 partecipò all’ingresso di Ringo Starr e nel 2021 fu lui a tenere il discorso per i Foo Fighters. Però nel 1994 ricevette una telefonata che, a quanto pare, lo lasciò piuttosto perplesso.
La telefonata su John Lennon che cambiò l’umore
Secondo il racconto di McCartney, Jann Wenner lo chiamò per chiedergli di introdurre John Lennon nella Rock and Roll Hall of Fame. All’inizio accettò senza troppe esitazioni, poi però iniziò a rifletterci sopra. Si rese conto che, mentre gli chiedevano di celebrare Lennon, lui stesso non sarebbe stato inserito nello stesso anno per la carriera solista.
“Un momento”, ricorda di aver pensato. “E io?”.
L’idea che gli passò per la testa era abbastanza semplice: fare il discorso per John e, nello stesso tempo, entrare anche lui nella classe di quell’anno. Secondo la sua versione, la risposta che ricevette fu negativa.
A quel punto McCartney racconta di aver fatto notare la cosa con una certa ironia, sostenendo che nelle sue conversazioni con Wenner sembrava sempre esserci qualcuno “in fondo al corridoio” che prendeva davvero le decisioni. Non lui.
Sempre secondo il suo racconto, Wenner avrebbe provato a calmare la situazione promettendogli l’ingresso l’anno successivo, nel 1995. McCartney dice di aver accettato quell’accordo senza fare troppe storie. Poi però, quando arrivò l’anno dopo, non accadde nulla.
Da lì partirono telefonate e richieste di spiegazioni, con la sensazione – parole sue – di essere stato preso in giro. Wenner negli anni successivi ha sempre detto di non ricordare quella promessa.
Il rapporto complicato con la narrazione dei Beatles
Dietro quella frustrazione, a sentirlo parlare, c’è anche qualcosa di più profondo del semplice calendario delle cerimonie. McCartney ha spesso avuto la percezione che nel racconto pubblico dei Beatles ci fosse una certa tendenza a mettere John Lennon in una posizione diversa dalla sua.
Nell’intervista spiega che, quando il gruppo era attivo, lui e Lennon erano sempre stati sullo stesso piano. Dopo l’assassinio del 1980 però la figura di John è diventata qualcosa di più grande, quasi simbolica. McCartney usa un paragone piuttosto diretto: Lennon, dice, è diventato una specie di Buddy Holly o James Dean, una figura tragica che il tempo trasforma inevitabilmente in mito.
Secondo lui questo processo ha cambiato il modo in cui la storia dei Beatles è stata raccontata negli anni successivi. Nella sua lettura, anche persone molto vicine a Lennon – cita esplicitamente Yoko Ono – avrebbero contribuito a rafforzare quell’immagine pubblica.
McCartney non ne parla con rabbia, piuttosto con una certa consapevolezza di come funziona la memoria collettiva quando una figura scompare in modo così violento.
Quando finalmente arrivò l’ingresso
Alla fine il riconoscimento nella Rock and Roll Hall of Fame arrivò davvero, nel 1999. Quattro anni dopo quella promessa che, secondo McCartney, non venne mantenuta.
In quella occasione ci fu anche un piccolo episodio rimasto nella memoria dei fan. Sua figlia Stella McCartney si presentò con una maglietta con scritto “About f—ing time”, una frase che si può tradurre più o meno con “Era fottutamente ora”.
Negli anni successivi Paul ha continuato a muoversi tra tour, progetti e collaborazioni. Dopo il lungo giro di concerti “Got Back”, portato avanti tra il 2022 e il 2025, ha rallentato il ritmo delle esibizioni dal vivo. Nel frattempo è arrivato anche il documentario “Man on the Run”, diretto da Morgan Neville, che racconta il periodo successivo ai Beatles e la nascita dei Wings.
Un capitolo spesso meno citato della sua carriera, ma da cui sono usciti dischi come “Band on the Run”, uno di quelli che negli anni Settanta hanno segnato la sua ripartenza artistica dopo la fine della band più famosa del mondo.








